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Sign 30′ The Times

 

7, 8, 9 e 11 giugno 1987. Io c’ero. Al mitico Palatrussardi il tutto esaurito per Prince. Pausa del 10, perché Peter Gabriel – So Tour  aveva già prenotato la concert hall più cool della Milano da bere e David Bowie – Glass Spider Tour faceva esplodere San Siro. Così, tra le ragazze Coloured Peach and Black, mi ci sono trovata anch’io. Carina, bionda, giovane e un’agenzia di eventi mi aveva infilato una t shirt e un paio di shorts (che conservo ancora), con scritto Prince Sign o’ The Times 1987. Insieme ad altre 40/50 mie coetanee dovevo solo guardare il concerto in prima fila e divertirmi come non mai.

Per carità, avevo già conosciuto discograficamente il folletto di Minneapolis, ma così, superficialmente. Non sarei mai andata a un suo concerto se non mi avessero fatto entrare gratis, se non ci fosse stata la mia amica di allora Gabriella e soprattutto se non mi avessero dato 50 mila lire a sera per fare un po’ di sana animazione. Sai quanto volantinaggio avrei dovuto fare per guadagnare 200 mila lire? Così per 4 sere ho pensato fosse una grande idea. Nessuna aspettativa particolare. Sbagliando. Ancora oggi, 30 anni dopo, posso dire che sia stato uno dei concerti più esaltanti, vitali e qualitativamente top tra tutti quelli cui, nel trentennio a seguire, ho avuto modo di assistere. Spaziale. Ho ballato fino allo stremo e l’ultima sera, l’11 giugno, al quarto round, ho anche cantato come un’ossessa. La prima data, il 7, però è stata la vera esplosione. Ricordo che di fianco a me c’era una signora che amavo: Ornella Vanoni. A volte penso di averlo sognato, ma non credo. Era il compleanno di Prince, 29 anni, un ragazzetto. Dal pubblico era partita una torta gonfiabile gigante che scivolando sulle punte delle dita della gente, me compresa per l’ultimo tocco essendo a ridosso del palco, era arrivata fino a lui. Alla batteria Sheila E, uno schianto.

A volteggiare e fare da corista (termine un po’ riduttivo in questo caso), Cat Glover, che dire sexy e strepitosa è poco. Troppo poco. Alla chitarra Miko Weaver che all’epoca avrebbe fatto impazzire chiunque. I Madhouse vestiti da medici supporter impeccabili. Sign o’ The Times è, a mio giudizio, perché poi mi sono fatta travolgere dalle sonorità del Principino, l’album perfetto e il solo che Prince sia riuscito a scrivere senza i suoi soliti errori stilistici, quelli che gli hanno impedito di piazzarsi sull’olimpo degli irraggiungibili, alla Bowie e Gabriel, per l’appunto. È un album che ancora oggi, un po’ come The Dream Of The Blue Turtles di Sting – non certo per genere, sia chiaro – ascolto senza noia, con la stessa emozione, lo stesso entusiasmo e quella sorpresa che mi suscita soltanto un’opera fatta bene, non ripetitiva. Ah, per la cronaca, a concerti finiti si andava, Prince e staff compresi, a ballare all’Amnesie, in via Cellini. Ci ho scambiato due parole guardandolo dall’alto in basso, non per senso di superiorità, né per disprezzo e nonostante i suoi tacchi. Un gigante di poco più di 150 cm. Ho ancora un orologio a cipolla che il chitarrista favoloso mi lanciò, con il suo plettro, dal palco a fine primo concerto. Nessuno ebbe tresche con nessuno che io ricordi. Lui era pacato. Sicuramente più che nei suoi videoclip. Non ci vuole molto. If i was your girlfriend. Da ascoltare! Fatelo per me.

SCG68

 

Vecchi, ma non da buttare

Cari miei, qui ci tufferemo nudi nel passato. Non solo trash, non solo chic. Tutto quello che ci ha lasciato cicatrici alle orecchie e bei momenti

Coming soon…